Dietro le quinte de “Il racconto mai scritto”

La musica del film “I due superpiedi quasi piatti” suonava dal telefono con la cover sbiadita dei Led Zeppelin: era l’ennesima telefonata della mattinata.

Mario aveva scelto questa suoneria per il suo smartphone non proprio di ultima generazione, ma che svolgeva le funzioni primarie in maniera del tutto egregia.

Aveva sempre amato Bud Spencer e Terence Hill, e la suoneria, sempre la stessa, era una specie di tributo perenne alla coppia tanto amata del cinema italiano.

Ovviamente andava pazzo anche per i Led Zeppelin; guardando il suo telefono ci si sarebbe aspettato che ruggisse “Black Dog”, mentre invece partiva il tripudio degli Oliver Onions. Ma Mario era fatto così: imprevedibile, aveva interessi traversali, era curioso, e questa era la sua grande forza.     

Quella mattina Mario era prevedibilmente molto gettonato, a questa chiamata in ingresso non poteva non rispondere come aveva fatto per le due precedenti: sul display, quasi totalmente lesionato per una caduta neanche tanto accidentale, aveva letto il nome “Carlo”.

Carlo era un suo amico di infanzia, scrittore o quasi, molto probabilmente aveva anche qualche novità riguardo al romanzo che avevano composto a quattro mani e che stavano faticosamente cercando di pubblicare, inviandolo praticamente a tutte le case editrici sulla superficie terrestre.

Per Mario sarebbe stato un esordio perché non aveva mai pubblicato alcun libro, solo qualche sciocchezzuola sul web e sul suo blog personale, seguito per lo più da parenti abbastanza pigri anche per un like o una condivisione

Carlo invece, potenzialmente, era alla sua quarta pubblicazione. I primi due libri erano andati discretamente bene, non poteva certo dire di avere sfondato, ma si era preso delle belle soddisfazioni.

Alla terza pubblicazione, quella che pensava lo avrebbe lanciato definitivamente, non aveva avuto il seguito sperato e la cosa gli era costata una serie di incomprensioni che avevano compromesso l’ottimo rapporto con la casa editrice “Publicarelli”. Le troppe aspettative avevano prodotto un flop clamoroso.

Mario non ebbe neppure il tempo di inserire l’auricolare al telefono, come faceva di solito, ché Carlo partì a raffica quasi temesse di dimenticare un testo preconfezionato:

  • Mario, sei tutto scemo? Ma che ti viene in mente di scrivere? Uno non può farti una mezza confidenza che tu vai a spiattellare tutto pubblicamente? Come le pensi certe cazzate? Dimmi! Praticamente mi stai rendendo ridicolo agli oc… – fu interrotto.
  • Carlo, CALMA! Rallenta, STOP! Retromarcia, specchietto e torna indietro, fammi capire qualcosa. Oppure, se hai voglia di scherzare, dovremmo risentirci più tardi perché, a differenza tua, sono a lavoro. – rispose deciso Mario.
  • Pomeriggio, “Caffè degli autisti”, puntuale 15.15! Portati un avvocato! –  chiuse telegraficamente Carlo, senza lasciare alcuno spiraglio ad una replica.  

Mario restò ancora per una ventina di secondi con il telefono incollato all’orecchio destro: non riusciva a capire bene se ridere senza apparente motivo, scoppiare di rabbia per il telefono chiuso in faccia, cosa che lo innervosiva infinitamente, oppure farsi travolgere dal dubbio di una telefonata senza senso.

Doveva avere proprio una faccia da ebete quando si accorse che la sua collega, Elisa, continuava a chiamarlo già da un po’:

  • Oh Elisa! Scusami, ero al telefono! – arrossì Mario, fissando ancora per qualche istante lo smartphone ormai muto.
  • Sì, me ne sono accorta che eri al telefono, Mario. Continuavi a fissare il vuoto, ti stavo per riavviare…gli anni passano e la ram invecchia. – disse ironicamente la sua collega.
  • Dimmi Elisa, hai bisogno di qualcosa? – replicò lui, forzando un sorriso ma, in realtà, indispettito dalla battuta che non gli parve neanche un granché.   
  • Domani ci sono le primarie, dovresti andarci tu! Poi ovviamente esci con l’articolo lunedì. – ribatté lei.
  • Sì sì, certo, come no, mi occupo io dei politicanti – rispose Mario in modo meccanico, ancora visibilmente su di un altro pianeta.  

Era concentrato sul tono quasi minaccioso della telefonata di Carlo, anche se quella dell’avvocato gli era sembrata naturalmente una boutade.

Tornò in sé e cercò di ricordarsi quello che stava facendo prima di ricevere quella telefonata quanto meno ambigua. Terminò la lettura delle mail in arretrato di una paio di giorni, cercando di dare delle risposte, o inoltrando ai colleghi quelle che non erano di sua competenza. 

Mario lavorava per una testata giornalistica locale online, Pertegolezzoinpiazza.it, che trattava, appunto, dei fatti di Pertegolezzo, suo paese di nascita e residenza.  

Si occupava della rubrica di attualità, di ricette, di sport ma anche di necrologi, all’occorrenza; a lui erano demandate anche le spinose questioni della frizzante politica locale. Mancava solo la rubrica meteo, per il resto poteva dire di aver fatto il bello e cattivo tempo in redazione; comprese le pulizie, quando, per un enorme malinteso al suo primo giorno, passò quasi mezza mattinata a detergere e lucidare le scrivanie di quasi tutti gli uffici. Lui inspiegabilmente non ebbe il coraggio di chiarire subito, perché pensava si trattasse di una stramba iniziazione redazionale, ed  il vice direttore, nuovo anche lui ed ignaro della nuova assunzione, lo aveva scambiato per l’addetto alle pulizie. Anche perché, Mario, quel giorno non si distingueva certo per eleganza.  

Per il giorno successivo quindi, domenica, Mario aveva appena avuto conferma da Elisa che gli toccava come regalo la scampagnata.

La scampagnata, nel loro gergo, era la giornata passatapresso la sede in cui si sarebbero tenute le noiosissime primarie tra quattro improbabili candidati, dai quali sarebbe uscito uno dei candidati sindaco del Comune di Pertegolezzo.

Sempre le stesse persone, promesse sempre quelle, programmi come maschere di cartapesta venute fuori dallo stesso calco.  

Questa “moda” delle primarie aveva preso una strana piega nel suo paesello, tutti facevano primarie per tutto, probabilmente anche per eleggere i capocondomini: la cosa non gli piaceva per niente. E non per un senso democratico che veniva meno, tutt’altro: secondo lui questo abuso sminuiva il senso delle primarie stesse, perché puntualmente il vincitore era quello pronosticato alla vigilia.  

Lo aspettava una domenica “da sogno”, tra interviste sgrammaticate e gloriose cronache del giorno dopo, con tanto di narrazione della vittoria al finto fotofinish. Perché se c’era una cosa che Mario sapeva fare, e anche molto bene, era scrivere e farsi apprezzare proprio per il suo stile chiaro e pulito. E allora anche una competizione scontata come quelle primarie, raccontata da lui, diveniva avvincente per i lettori del giornale online.

Mario spense il suo PC, l’orologio segnava le 13.12, raccolse le sue poche cose dalla scrivania, salutò sbrigativamente Elisa ed il caporedattore nell’altra stanza, chiudendo la porta dietro sé.

Mentre attendeva l’ascensore ripensava alla telefonata di Carlo cercando di inquadrarla, non proprio convintamente, alla voce scherzi, sebbene il suo amico non avesse una notoria fama di burlatore.

L’ascensore risultò essere occupato anche dopo tre colpi assestati sulla porta metallica, così Mario decise di scendere gli otto piani a piedi. Scendere, pensò, non è tanto faticoso quanto salire, in più ci si mette meno tempo, soprattutto quando si è sovrappensiero.

Chiuse il portone e ritrovò il senso di quel bellissimo sabato d’esordio primaverile: la splendida piazza circolare dove si affacciava la redazione era affollata di gente che non aspettava altro che respirare il fine settimana a pieni polmoni. Il primo tepore di Marzo si faceva sentire sul suo viso abbastanza pallido e sulla pelle precocemente nuda delle gambe di alcune ragazze che passavano di lì in quel momento.

Mario decise di andare a mangiare qualcosa al volo, da solo. Il ristorante a due isolati sembrava chiaramente invitarlo; fortissimo ed ammaliatore era infatti l’odore di calamari fritti per i quali andava letteralmente pazzo.

Mezz’ora dopo era seduto davanti ad un fritto misto di pesce, una maxi insalatona multicolore ed un calice di Falanghina. Mentre tentava di sciogliere le briglie dei sensi perdendosi nei suoi sapori preferiti, non riusciva a fare a meno di sistemare mentalmente le informazioni per la giornata successiva, con un pensiero sempre alla telefonata.  

Terminò la sua pausa pranzo rimandando il caffè alla mezzora successiva: erano quasi le 15 e si avviò a piedi verso il “Caffè degli autisti” dove avrebbe finalmente incontrato Carlo e dato finalmente una spiegazione alla strana situazione creatasi qualche ora prima.

Dopo un quarto d’ora di camminata a piedi, Mario riconobbe la pelata di Carlo, seduto fuori ad uno dei  tavolini del “Caffè degli autisti”: indossava, con le maniche rimboccate, una sgargiante camicia a quadri che gli riportò la mente ad un live di Rory Gallagher, l’immenso chitarrista irlandese del blues rock anni 70.

Carlo, con gli occhiali sulla punta del naso aquilino, era preso dalla lettura del giornale: sembrava un’immagine d’altri tempi, erano anni che Mario non sfogliava un quotidiano cartaceo, soprattutto seduto al bar.

La tavoletta elettronica era di grande aiuto ma aveva annullato parecchi gesti quotidiani: ormai lui leggeva quasi solo sul tablet.

Carlo sembrava essere abbastanza tranquillo, con la coda dell’occhio notò l’arrivo del suo amico, si alzò e gli andò incontro con un sorriso abbastanza inespressivo ed una stretta di mano tanto poderosa quanto sfuggevole.  

Si sedettero e attirarono l’attenzione della ragazza del bar per ordinare qualcosa: Mario la fissò e capì uno dei motivi per cui il suo amico avesse scelto proprio quel luogo d’incontro. Pensò che se  la giornata era così solare e colorata da sembrare  una tela dipinta con maestria, avevano lì davanti colei che poteva essere stata l’ispirazione di cotanta magnificenza.

  • Mi scusi, non desidera nulla? Ripasso a breve? Vuole guardare il nostro menu? – ripeté sorridendo, con estrema gentilezza Nadia, la ragazza del bar.  
  • Ah, sì sì, chiedo scusa, un cappuccino…anzi no, un espressino. MI SCUSI, un caffè ristretto. – rinsavì Mario.
  • Nadia perdonalo, ogni tanto il suo sistema operativo va in crash! Caffè anche per me! Normale, grazie. – aggiunse sardonico Carlo guardando l’amico dallo sguardo incantato. 

Nadia accennò un sorriso e andò via abbastanza frettolosamente.  

Mario fulminò con lo sguardo il suo amico, non era riuscito a proferire altre parole, soprattutto nei riguardi della ragazza, Nadia, la cui bellezza atipica lo aveva effettivamente scioccato.

Era la seconda volta in quella giornata che lo associavano ad un dispositivo elettronico con qualche problema: la mattina la sua collega Elisa, che avrebbe voluto riavviarlo, e ora Carlo che lo aveva paragonato ad un computer bloccato.

Le sue riflessioni furono interrotte dall’amico che dava adesso l’impressione di non volere perdere troppo tempo, tirò fuori qualche foglio A4 dalla tasca del suo borsello: erano fogli parecchio stropicciati, segno che qualcuno ci aveva lavorato e rimuginato su parecchio.

  • Marietto, sei tu l’autore di questa prodezza? – attaccò Carlo, con crescente sarcasmo, come un pugile pronto ad approfittarsi dell’avversario intontito. 
  • Fa’ un po’ vedere, di che si tratta Carluccio caro? – rispose invece pronto Mario, facendogli il verso e schivando le intenzioni bellicose dell’amico. 
  • Non c’è assolutamente niente da ridere! Hai scritto fesserie trasformandole in un “racconto”. Ti sei messo in mente di fare il letterato a tempo pieno? Non ti basta fare il giornalista da quattro soldi in quella testata ridicola? – ci andò giù pesantuccio.

Mario guardò con attenzione i fogli, poi iniziò a leggere le prime righe: riconobbe quello che era un racconto da lui stesso scritto e pubblicato su una community di scrittori e lettori, “Il mio libro”, qualche mese prima. Iniziò così ad intuire qualcosa.

  • Carlo, mi sa che tu stia esagerando. E’ un racconto di fantasia! Certo, fa riferimento a qualcosa che tu mi hai raccontato, ma non c’è alcuna citazione di nomi …mi sembri abbastanza ridicolo…– replicò abbastanza seccato.   
  • Esagerato? Ma come? Usi i miei termini, leggi qua… “corto circuito narrativo”, “le sfide contro se’ stessi”…questo è il mio testo. Praticamente è come se te l’avessi dettato io. Mi hai rubato il racconto.

Arrivò Nadia con i caffè, ma questa volta la sua leggiadria non sembrò avere alcun effetto sulla situazione; lasciò l’ordinazione e tornò dentro, mentre i due continuavano a sciabolare verbalmente.

  • Carlo, ma che cazzo dici? Stai scherzando? Hai il copyright sulle parole dette? A parte che il racconto è di chi lo scrive e non certo di chi lo ispira, mi sembra tutto così grottesco… Cerca di riprenderti, il blocco di cui mi parlavi tempo fa non è passato…ti ha devastato quel poco di cervello che ti galleggia nella testa!
  • Sei un ladro di idee, sei un copiatore seriale, non hai idee originali… ma…ma… sei un fottuto affabulatore, specialmente quando scrivi! – sembrò improvvisamente sciogliersi la tensione nelle parole, ma soprattutto sulle vene della fronte di Carlo, ora visibilmente meno gonfie.
  • Stai bene Carlo? – chiese stranito Mario.
  • Certo, benissimo! Mi ha chiamato Tango della Casa Editrice “Romanzelli”…lo conosci?
  • Come no, è un grandissimo trifolapalle! – replicò Mario.
  • Bene, è parzialmente vero. Ma credo che cambierai idea in fretta su di lui. Frequenta sotto falso nome la community dove hai pubblicato quel raccontino da nulla: pare abbia lasciato pure un commento abbastanza critico scatenando la tua acidità…
  • Acidità…io? Ma scherzi? Sono una persona pacata però se… – non ebbe il tempo di finire la frase. 
  • E’ rimasto incuriosito dai tuoi strambi racconti, uno in particolare, tanto da cercare informazioni su di te.
  • Quale racconto in particolare, Carlo?
  • “IL RACCONTO MAI SCRITTO”, questa cagata in cui hai messo dentro i fatti miei. Ha chiesto informazioni risalendo alla nostra amicizia. Mi ha chiamato un paio di mesi fa e ha voluto che gli mandassi il nostro scritto. Pare abbia finito di leggere il tutto e… –
  • E allora? – chiese un eccitatissimo Mario.
  • E ieri sera mi ha richiamato, CI PUB-BLI-CA!!!. Sabato prossimo si firma il contratto, si va subito in stampa, ha molta fretta. BUON TRENTADUESIMO COMPLEANNO MARIO! – rispose abbracciandolo Carlo, che non era notoriamente un burlatore, ma sapeva bene come fare scherzi.

Una pausa a buon mercato

Sembra tutto scontato, ma non è così. Una preparazione meticolosa per un gesto quotidiano tanto atteso quanto indispensabile ed…evanescente.

La ricerca nella tasca posteriore non da alcun risultato, men che meno in quella anteriore destra che controlli pur sapendo che lì ci metti solo le caramelle alla propoli.

Il portamonete, ora bellissimo, ne contiene una da 50 centesimi: l’ultima, lucente come un’alba.

La stringi come fosse una sterlina d’oro, ti regalerà un’impareggiabile manciata di secondi di passione.

La inserisci nella fessura in alto, testarda ricade giù nel cassettino di recupero e per un attimo la reputi un maledettissimo falso, quasi ti scordi dell’amore provato per lei appena qualche istante prima.

Poi, carico di crescenti e rinsavite aspettative, la recuperi con un atletico piegamento sulle gambe, la spingi con maggiore energia nella stessa fessura, anelando ad un bellissimo e godurioso tennistico ace al secondo tentativo.

Il suono che adori ti fa capire che stavolta ha preso la strada giusta, si è andata a sistemare accanto alle altre, come dovrebbe essere sempre, possibilmente al primo colpo.

Nient’altro, forse, ti separa dal tuo magic moment.

Premi il tasto “meno” sino a vedere tutti i pallini vuoti sul piccolo monitor di controllo. Da sempre lo ami senza, solo così ne apprezzi il retrogusto di terra e sole.

Ora la scelta sul solito: quel tasto lo conosci a memoria, è pieno di tue impronte digitali, ma, tutte le volte per qualche millesimo di secondo, hai il timore di sbagliare selezionando qualcosa di schifosamente improbabile.

Ingoi la saliva, attimi di tensione, poi scatta qualcosa; il contenitore, dal colore diverso ma intrigante, scende prendendo magicamente il suo posto. Ogni volta è un sospiro di sollievo ma la percezione dell’imponderabile non è ancora sopita.

Altro scatto meccanico ed entra in funzione un miracoloso tubicino dal quale scende lentamente la magnifica pozione, portatrice di ristoro, idee e sollievo: l’ideale dopo una mezza mattinata iniziata col piedino storto.

Il suono bellissimo, come Einaudi ascoltato di sera ad occhi chiusi nelle cuffie Bose, ti avvisa che il miracolo si è compiuto, è pronto di nuovo: ti è richiesto solo un ultimo gesto, allungare il braccio e portare la mano lì, dove un non trascurabile ostacolo ti attende.

Fai sfoggio della migliore preparazione fisica per sbloccare il contenitore e farlo finalmente tuo: c’è gente che si è giocato l’ultima monetina commettendo un grossolano errore di sufficienza, facendone versare il prezioso contenuto con tutto ciò che comporta.

Ma non è il tuo caso e non è di questo dramma che scriveremo in codesta sede.

Qui va tutto bene, il bicchiere di plastica marrone è già nella tua mano destra, l’aroma pervade il cervello prima ancora di entrare nelle narici, la bevanda calda ma non bollente scende dentro di te ricordandoti che è quasi finita.

È stato intenso ed indispensabile, oltre che razionalmente inspiegabile come sempre.

Non sarà il massimo come lirica, ma questo distributore distribuisce sogni e poesia a buon mercato: tutto sommato il caffè di questa macchinetta non è poi tanto male.

D.V. 2019

Carnevale deCorato


E’ uno scritto ardito in questo contesto, perché dedicato al quarantesimo carnevale del mio paese natio. Grazie a chi avrà la curiosità di leggerlo, spero possa trovare un’interessante storia di tradizioni e passione. Il mio è un modo per dichiararsi alla propria terra, che potrebbe anche non ricambiare perché in amore non si sa mai. Ho inserito delle note e alcuni link, in modo tale che il lettore abbia la possibilità di comprendere alcuni termini che rimandano alla nostra tradizione.


Corso, di baldoria impazzi
quarantanni in soave leggerezza
le maschere e i sollazzi
l’oggi è orfan di tristezza
 
Regale avanza U’ Scerìff
satollo arranca U’ Panzone
del galà le nostre griffe
onoriam U’ Stradone

La Vecchiaredd cinta di straccio
curva si erge sul basolato
all’esistenza toglie l’impaccio
le membra stanche ha rincuorato
 
Carnevale roba seria
sia ricco che in miseria
allegria come coriandoli
da spargere tra i vicoli
 
Rispetto danza in festa
null’altro bussa in testa
camuffati di trucchi e cappelli
chiacchiere condivise come fratelli
 
Accorrete a Corato
taralli olio e vino
vi aspetta un amico
nostro Re Cuoraldino!

D.V. 2019 

Note

Il “Corso” è la strada principale di Corato dove avviene la sfilata.

U’ Sceriff,  U’ Panzone,  La Vecchiaredd, in dialetto coratino, sono le tre maschere tipiche.

U’ Stradon è lo Stradone (o Corso), appunto, cioè l’anello che racchiude il nostro centro storico. 

Le chiacchiere sono il dolce tipico carnascialesco, diffuse in parecchie regioni d’Italia.

Re Cuoraldino è la mascotte del Carnevale Coratino. Il nome deriva dall’unione delle parole  cuore + Aldino: il cuore è in primo piano nello stemma del nostro Comune mentre Aldino proviene da Aldo, Cataldo, nome del Santo Patrono.   

Il racconto mai scritto

Il foglio era bianco, lo “scrittore” sembrava paralizzato e la vecchia penna stilografica, acquistata su Ebay ad un prezzo di occasione, sembrava essere diventata così pesante da non riuscire più a sopportarne il peso.  

Aveva la fronte imperlata dal sudore, ma non era certo il caldo a fargli quell’effetto.  

Era in piena crisi e questa cosa aveva avuto il risultato di alzargli la temperatura corporea.  

Non aveva più stimoli, quello che poche ore prima sembrava essere un racconto pronto per essere riportato prima su carta e poi su “Word”, ora appariva una chimera lontana quanto la luce del giorno successivo. 

Sembrava fosse la prima volta davanti ad un foglio bianco, gli pareva di rivivere le stesse emozioni che provava quando, da studente delle scuole superiori, si trovava dinanzi alla traccia di un compito di matematica.  

Era in quelle occasioni che aveva conosciuto bene quella strana sensazione di vuoto, di nulla assoluto.  

Ma nello scrivere no, quello era stato sempre il suo campo di battaglia, non aveva mai avuto problemi ad inanellare parole e riempire fogli di cellulosa e/o di pixel.  

Quella sera, però, era diverso.   

Decise di prendersi una pausa, benché non sapesse bene da cosa staccare, visto che era seduto da due ore alla scrivania, ma non aveva prodotto una frase di senso compiuto. 

Solo appunti sparsi sui fogli, come foglie secche cadute dall’albero delle idee, già prive di vita. Appunti che puntualmente avrebbe buttato nel fuoco del camino che andava spegnendosi lentamente, come la sua fioca ispirazione del momento.  

Uscì in veranda per respirare un po’ d’aria fresca, sperando che quest’ultima potesse ossigenare maggiormente la parte del cervello dove era custodita la creatività smarrita. 

Il termometro della farmacia di fronte segnava otto gradi,  la mezzanotte era passata da otto minuti:  il numero otto era ricorrente, era appena iniziato il giorno otto di febbraio, l’ultimo giorno utile per presentare il suo lavoro ad un concorso letterario che aveva trovato navigando su internet.   

Il concorso portava il nome di “88.88” ed era organizzato dall’Associazione Culturale “Yowras” Young Writers  and Storytellers, con sede a Pinerolo,  provincia di Torino. 

Non conosceva molto di Pinerolo, gli era nota la tradizione militare, ma credeva di ricordare anche un’altra cosa, forse perché grande appassionato di storia: Pinerolo aveva dato i natali a Luigi Facta, ultimo Presidente del Consiglio, prima dell’avvento di Benito Mussolini. 

Questa informazione fu confermata da una veloce e nervosa ricerca su internet. 

Il fatto di conoscere questo dato storico lo compiacque per qualche secondo, ma di certo non cambiava molto la situazione di quella notte. 

Se voleva partecipare a “88.88” avrebbe dovuto “produrre” qualcosa.  

Negli ultimi tempi lo “scrittore” aveva partecipato a diversi concorsi letterari, aveva evidentemente esagerato e ora gli veniva presentato il  conto, sotto forma di corto circuito narrativo.   

Rientrò in casa quasi incurante del freddo patito in quei minuti fuori in manica di camicia; percorse la ventina di passi che lo separavano dal riprendere il suo posto in soggiorno, dietro la sua antica scrivania in noce. Era la stessa scrivania che aveva amato sin da subito, quando era entrata a far parte dell’arredamento, ma ora gli sembrava una di quelle ruote che i topolini in gabbia continuano a far girare, correndo verso il nulla, quasi senza senso. Con la differenza che il topolino pare si diverta parecchio.

Lui non aveva scampo, sentiva salire la tensione quando ritrovò il foglio bianco, esattamente lì dove lo aveva lasciato, impietosamente vuoto.  

Per un attimo pensò che sarebbe stato bello se fosse accaduto come in alcuni suoi racconti, i suoi scritti di fantasia: la penna avrebbe potuto animarsi, il foglio riempirsi velocemente di una composizione originale e scorrevole, pronta per partecipare al concorso e possibilmente anche vincerlo. 

Non era così, era solo, nel silenzio della notte sentiva solo i passi di qualcuno al piano di sopra; qualcuno che, come lui, rifiutava le avances del sonno notturno, perché preso da attività ritenute arditamente più importanti. 

Impose a se stesso che non sarebbe andato a letto se non dopo aver scritto il racconto.  

Iniziò a torturare la sua mente alla ricerca di un minimo spunto, accese la televisione quasi supplicandola, come se avesse potuto ricevere la risposta che cercava  da quella scatola vuota: in onda c’era il “Festival della Canzone Italiana”, ma non ne ricavò nulla in termini di ispirazione. Su un altro canale stavano dando per l’ennesima volta “Scarface”, un vecchio film di Brian De Palma con Al Pacino. Gli era piaciuto parecchio in passato, ma ora non ci trovava nulla di buono per il suo scopo, anzi, in quel frangente, quel film  gli sembrava addirittura stupido. 

Era bloccato, cominciava a pensare che l’indomani mattina sarebbe stata dura andare a lavorare senza chiudere occhio. Lo “scrittore” infatti, aveva un lavoro per mantenere sé e la sua famiglia, non viveva certo dei suoi scritti: quella era un’utopia irrealizzabile e grottesca.

Il racconto era in alto mare, anzi no, naufragato nel porto di partenza.  

Stava cedendo alla stanchezza, la sua cagnolina lo guardò quasi compatendolo e, più probabilmente, implorandolo di spegnere luci e televisione, perché almeno lei aveva voglia di dormire. 

Si ricordò in quel momento che la giornata era iniziata in maniera straordinaria: la mattina prima, infatti, aveva saputo che sarebbe diventato padre per la seconda volta.  

Non riusciva ancora a prendere energie da questo evento, perché aveva bisogno di metabolizzare le sensazioni prima di renderle disponibili per uno scritto. 

Gli succedeva sempre così: prima di scrivere di emozioni personali, sentiva il bisogno di lasciarle sedimentare, come si fa per un buon vino, prima di lasciarsi travolgere dai sensi.   

Avrebbe potuto scrivere la continuazione di un racconto inviato per un altro concorso, “Il racconto nel cassetto”, organizzato a Villaricca, in provincia Napoli: ma aveva esaurito il filone e poi, lì, aveva presentato un racconto per bambini. La protagonista era Serena e non aveva, al momento, una nuova avventura da farle vivere. 

Erano quasi le tre del mattino e lo scrittore per diletto si arrendeva, il sonno era ritornato prepotentemente e stava vincendo sulla frenesia di scrivere a tutti i costi.  

Doveva accettare il fatto che non era stato capace di mettere insieme un racconto per il Concorso 88.88. 

La notte, volata via quasi nella sua interezza, aveva avuto l’effetto di riportarlo alla calma, la quiete intorno lo aveva contagiato.  

Accettava finalmente serenamente il verdetto: bisogna saper perdere e stavolta aveva perso contro se stesso.  

Si lasciò sedurre dal fascino di sua Maestà la Notte, ne apprezzò l’ennesimo, quasi insperato, invito a gettarsi tra le sue braccia; questa volta le si abbandonò, si tuffò in un dolce sonno ristoratore. 

Dal giorno dopo avrebbe pensato ad un altro concorso, avrebbe scritto ancora racconti, non avrebbe rinunciato facilmente alle sfide che più lo intrigavano, quelle contro se stesso.

Quelle che quasi puntualmente perdeva.